Un uomo con capelli castani corti e barba indossa una giacca color senape con risvolti neri su una camicia bianca, in piedi davanti a colonne di pietra - perfetto per un layout Elementor Articolo singolo.

Corrado Manenti

Corrado Manenti è fondatore di Be A Designer.it, dove aiuta stilisti emergenti a trasformare il loro talento creativo in brand di moda di successo attraverso strategie imprenditoriali efficaci e formazione specializzata.

Un uomo con capelli corti e barba, che indossa una camicia bianca e un blazer marrone con risvolti neri, si trova di fronte a colonne di pietra, incarnando sicurezza e moderno posizionamento digitale.

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7 esempi di brand storytelling nel fashion luxury: cosa insegnano davvero

Sette maison, sette modi di raccontarsi. E la lezione strategica che nessun manuale di marketing ti dirà mai: nel lusso non vinci se hai la storia giusta, vinci se hai la storia coerente con chi vuoi vendere.

Nel 1856, in una piccola bottega di Basingstoke, un ventunenne di nome Thomas Burberry cerca di risolvere un problema pratico: proteggere pastori inglesi dalla pioggia. Inventa un tessuto che chiamerà gabardine. Non lo sa, ma sta scrivendo il primo capitolo di una storia che 170 anni dopo diventerà uno dei brand più riconoscibili del pianeta. Nel 2013, in un magazzino di Milano, un architetto ghanese-americano di nome Virgil Abloh, che non ha mai studiato fashion design, decide di lanciare un brand di moda. Lo chiama Off-White. Otto anni dopo verrà nominato direttore artistico maschile di Louis Vuitton.

Due storie apparentemente diverse. Ma se le leggi attentamente, capirai che raccontano la stessa cosa: nel lusso, chi vende meglio non è chi ha il prodotto migliore ma chi ha la narrativa più costruita. In oltre dieci anni di consulenza a brand luxury e fashion emergenti, ho visto decine di prodotti eccezionali fallire perché il fondatore non aveva capito questa cosa. E ho visto prodotti mediocri esplodere perché la storia dietro era irresistibile. Questo articolo analizza sette maison che raccontano bene — e ti mostra la struttura invisibile di ciò che fanno.

Updated · 2026 Edition

Questa guida è stata completamente riscritta in italiano con i framework del mio libro Il Codice del Lusso: i Quattro Archetipi del Lusso, Story Mining, Narrativa Autentica (principio #1 del Manifesto Aspirazionale) e il concetto proprietario di Narrativa Verticale vs Narrativa Trasversale che introduco qui per la prima volta. Aggiornata con i case study delle sette maison più raccontate del 2026.

In breve: cosa insegnano queste sette maison

MaisonArchetipo narrativoLezione strategica
BurberryMito della Creazione (verticale)La stessa storia raccontata da 170 anni può essere più moderna di 170 storie diverse
Gucci (era Michele)Mito della Rinascita (trasversale)Un brand storico può reinventarsi se il direttore creativo ha visione filosofica, non solo estetica
Stella McCartneyMito dell’OutsiderLa sostenibilità funziona solo se è pre-esistente al marketing, non se è marketing travestito
DiorMito dell’IniziazioneL’haute couture non è alta moda: è un rito di passaggio a cui il cliente vuole appartenere
BalenciagaMito della Rinascita (post-Demna)La provocazione funziona se poggia su expertise tecnica, altrimenti è cabaret
PradaMito dell’Iniziazione data-drivenLa personalizzazione autentica richiede dati; la personalizzazione teatrale richiede solo commessi ben formati
Off-WhiteMito dell’OutsiderChi non viene dal settore può ridefinire il settore, se ha una tesi culturale forte da vendere

Nel lusso ci sono due modi di raccontare: la Narrativa Verticale — la stessa storia da 170 anni, scavata sempre più in profondità (Burberry, Patek, Rolex) — e la Narrativa Trasversale — storie diverse ogni collezione, aumentando la larghezza del significato (Gucci sotto Michele, Balenciaga sotto Demna). Entrambe funzionano. Ma se scegli quella sbagliata per la tua audience, sei invisibile.

— Corrado Manenti, Il Codice del Lusso

1. Burberry: il Mito della Creazione a 170 anni di distanza

Burberry è il case study più chiaro di quella che nel mio libro chiamo Narrativa Verticale: la stessa storia essenziale raccontata da centosettanta anni, scavata sempre più in profondità, mai reinventata. Il brand fondato da Thomas Burberry nel 1856 continua nel 2026 a raccontare esattamente ciò che raccontava un secolo fa: British craftsmanship + resistenza agli elementi + eleganza tempo-resistente. Cosa cambia? Solo il linguaggio contemporaneo con cui la stessa storia viene tradotta ad ogni generazione.

Gli elementi della loro narrativa strategica sono tre e sono immutati dal fondatore in poi:

  • Autenticità storica: 170 anni di craftsmanship britannico rivendicati esplicitamente in ogni campagna, mai nascosti dietro la modernità
  • Legacy tecnica: il gabardine (inventato 1879) e il trench (brevettato 1912) sono citati come innovazioni di ieri, non come design storici
  • Simbolismo culturale: check pattern come cifra distintiva difendibile anche in tribunale (Burberry ha vinto centinaia di cause per imitazione — è la maison più letigatoria del lusso)

Cosa rende Burberry unica non è la storia in sé (Hermès, Patek, Rolex hanno storie altrettanto vecchie): è la coerenza narrativa. In 170 anni Burberry non ha mai virato. Ha modernizzato il linguaggio, non la tesi. Il target che compra Burberry oggi vuole sentirsi parte di quella continuità — è chi vede il tempo come alleato e il legacy come garanzia. Questo è il target old money, o chi aspira ad appartenervi. Per un consulente che lavora con un brand emergente, la lezione operativa è: se vuoi giocare in questa lega, devi accettare di parlare piano per 20 anni. Non c’è scorciatoia. Se non hai 170 anni di storia, la costruisci con coerenza feroce di 15-20 anni. Se vuoi risultati più veloci, la Narrativa Verticale non è il tuo territorio.

2. Gucci: il Mito della Rinascita e la Narrativa Trasversale

Gucci è l’esempio perfetto della strategia opposta a Burberry. La maison ha fatto della Narrativa Trasversale — cambiare la storia ad ogni direzione creativa — il suo modello di sopravvivenza. Non è casuale: quando Alessandro Michele arriva nel 2015 come direttore creativo, Gucci sta morendo. Cinque anni prima era stata una delle maison più forti del gruppo Kering; nel 2015 era un brand tiepido, letto da tutti come “ok ma non urgente”. Michele fa qualcosa che nessuno si aspettava: non prova a salvare la vecchia Gucci. Ne inventa un’altra completamente diversa.

Gli elementi della narrativa Michele-era rappresentano un’operazione culturale, non solo estetica:

  • Diversità come statement: modelli di ogni età, corpo, etnia, espressione di genere — non check-list, ma tesi filosofica del brand
  • Genere fluido come cifra: campagne che rifiutano deliberatamente le categorizzazioni tradizionali maschile/femminile
  • Collaborazioni cross-disciplinari: artisti, filmmaker, filosofi (Michele ha sempre citato Foucault e Barthes nelle interviste)

Ma la vera lezione di Michele non è “essere inclusivi”: è che ha cambiato la tesi filosofica di Gucci ogni singola collezione. Nel 2015 il tema era “nerdy chic”, nel 2018 “hallucinogenic”, nel 2020 “hard candy”, nel 2022 “twins”. Ogni collezione una nuova narrativa. Questa è Narrativa Trasversale: aumenta la larghezza del significato del brand, non la profondità. Ha funzionato perché parlava al new money — imprenditori tech, self-made della generazione millennial-gen Z ricchi, che vedono il tempo come palcoscenico e non come alleato. Vogliono sorpresa continua, non continuità. Per un consulente che lavora con un brand emergente, la lezione operativa è: se il tuo target è new money, allora reinventarti ogni 18 mesi non è un bug, è la feature. Ma serve un direttore creativo con visione filosofica, non solo estetica. Quando Michele lascia Gucci nel 2022, il brand collassa perché la Narrativa Trasversale richiede continuità del narratore, non del narrato. È fragile — ma quando funziona, esplode.

Se stai lavorando sulla narrativa del tuo brand ma non hai deciso ancora quale delle due strategie ti serve, ti consiglio di leggere prima il mio pillar sul Manifesto del Marketing Aspirazionale — perché la scelta tra verticale e trasversale dipende dai principi di posizionamento più profondi che devi chiarire prima.

3. Stella McCartney: il Mito dell’Outsider e la sostenibilità pre-marketing

Stella McCartney è il primo brand di lusso che ha fatto della sostenibilità un asset centrale, non un plus. Ma la ragione per cui funziona non è “essere sostenibili” — di brand che oggi dichiarano sostenibilità ce ne sono centinaia. È che McCartney è vegana da prima di aver aperto il brand. La sostenibilità non è una scelta di marketing, è una scelta di identità personale che precede l’esistenza commerciale del brand. Questa è la differenza cruciale.

Nella sua narrativa i tre pilastri sono:

  • Trasparenza radicale sui materiali: dichiarazioni pubbliche sull’impatto ecologico di ogni tessuto (Kering Environmental P&L)
  • Zero animal products, dal 2001: la vegan leather (Mylo, apple leather, mushroom leather) sviluppata dal brand è nata dalla propria filiera R&D, non copiata da altri
  • Circular economy design: capi progettati considerando fine ciclo (riciclo, biodegradabilità, riuso)

Nel framework che nel libro chiamo Mito dell’Outsider, McCartney rappresenta il caso perfetto. È entrata nel luxury fashion senza le credenziali dell’establishment (nome del padre a parte, ha faticato ad essere presa sul serio come designer). Ha portato un linguaggio esterno (etica animale, sostenibilità) dentro un settore che storicamente ne era indifferente. Il risultato: ha ridefinito i confini del settore. Nel 2026 tutti i brand luxury dichiarano sostenibilità, ma il pubblico sofisticato sa riconoscere chi lo dichiara perché deve (marketing) e chi lo dichiara perché lo è (identità). McCartney appartiene al secondo gruppo — ed è per questo che funziona.

La lezione operativa è quella che ripeto nei miei workshop: la sostenibilità come strategia di marketing è morta nel 2023. Chi la ha adottata dopo è arrivato in ritardo e viene visto come opportunista. Se il tuo brand ha una vera identità sostenibile (fondatore vegano, filiera etica storica, materiali innovativi di ricerca propria), allora comunicala tanto. Se non ce l’hai, tacere è più credibile che fingere.

4. Dior: il Mito dell’Iniziazione nell’haute couture

Se Burberry vende continuità, Gucci vende sorpresa e Stella McCartney vende identità, Dior vende iniziazione. La haute couture Dior non è “alta moda”: è un rito di passaggio a cui il cliente vuole appartenere. Un abito Dior haute couture parte da 25.000 euro (base) e può arrivare a 200.000-500.000. Il cliente che lo compra non sta comprando un vestito. Sta comprando l’ingresso a un club di trecento persone al mondo che possono permetterselo, e ancora più stretto: chi Dior accetta come cliente couture (esiste un filtro discreto — non tutti possono comprare, anche con i soldi).

La narrativa Dior è costruita su tre pilastri:

  • Riferimento storico continuo: ogni collezione dialoga con l’heritage (Christian Dior 1947 “New Look”, Marc Bohan anni 60, Galliano anni 90, Slimane 2018)
  • Collaborazione artistica: sfilate come performance teatrali (le collezioni Grazia Chiuri con artiste femministe sono l’esempio più radicale)
  • Mitologia personale del designer: ogni direttore creativo porta il proprio “perché” nel brand, aggiungendo strati

Nel framework Mito dell’Iniziazione, Dior fa qualcosa che pochi altri brand fanno: trasforma l’atto d’acquisto in una cerimonia sacra. Nel libro cito il caso della Kelly di Hermès (2 ore di rituale in boutique, champagne, macaron, storia della borsa presentata al cliente). Dior fa lo stesso nel couture: appuntamenti in atelier a Parigi, avenue Montaigne, tre fitting minimi per abito, tempi lunghi settimane, personale che ricorda il tuo nome. Il cliente non compra un abito: attraversa un rito che lo separa dai comuni mortali. Questa è l’essenza del Permanence Coefficient di cui parlo nel libro: la tua esperienza di 3 mesi di attesa e fitting resta con te per 30 anni. Rapporto tempo produzione / tempo rilevanza: eccezionale.

Per capire in profondità come i brand luxury usano questi meccanismi psicologici per giustificare pricing premium, ho scritto un pillar dedicato: la psicologia del consumatore di lusso.

5. Balenciaga: la Rinascita post-Demna e i limiti della provocazione

Balenciaga sotto Demna Gvasalia (2015-2024) ha fatto una cosa che pochissimi brand di lusso hanno fatto: ha usato la provocazione come cifra centrale. Il Triple S da 900 euro che sembrava una scarpa dozzinale (2017), la bottiglia con logo Balenciaga da 800 euro, il “trash bag” da 1.700 euro nel 2022. Erano statement culturali, non prodotti. La tesi implicita: “il vero lusso non è più il materiale, è la capacità di far accettare al mercato l’assurdità che ti conviene.” Balenciaga ha vinto per 7-8 anni con questa strategia — è stato uno dei brand a più veloce crescita di ricavi del gruppo Kering.

Le innovazioni comunicative sono state radicali:

  • Virtual runway con game engine: nel 2020 Balenciaga presenta “Afterworld: The Age of Tomorrow”, un video game intero come collezione autunno-inverno
  • Avatar iperrealistici: modelle digitali fotorealistiche che sfilano accanto a modelle vere, blurring il confine
  • Engagement interattivo: viewer che possono esplorare le collezioni con angolazioni non canoniche

Nel 2022 la strategia si rompe. Una campagna con bambini che tengono orsetti in outfit BDSM scatena un boicottaggio globale. Demna scrive una lettera pubblica di scuse. Nel 2024 lascia Balenciaga (va a Gucci come successore di Michele — paradosso interessante). La lezione: la provocazione funziona nel lusso se poggia su expertise tecnica. Demna era (è) un designer tecnicamente eccezionale — patternmaker, con esperienza Maison Margiela e Vetements alle spalle. Ha potuto permettersi la provocazione perché sotto c’era competenza. Se la provocazione è solo mezzo di marketing senza sostanza tecnica, diventa cabaret e prima o poi implode.

Per un consulente che lavora con brand emergenti, la sintesi è chiara: vuoi essere provocatorio? Dimostrami che sai fare artigianalmente ciò che nessun altro sa fare. Altrimenti la tua provocazione è solo rumore, e Instagram è pieno di rumore.

6. Prada: personalizzazione data-driven come nuova iniziazione

Prada rappresenta una delle transizioni più interessanti del luxury 2026: da brand di prodotto a brand di data-driven service. Miuccia Prada e Raf Simons (co-direttori artistici dal 2020) hanno fatto scelte estetiche molto identificabili — quel “cerebral chic” che Prada porta da sempre — ma dietro le quinte l’operazione più forte è stata sulle infrastrutture di customer intelligence. Nel 2026 Prada è il brand con una delle piattaforme CRM più sofisticate del settore, dopo Hermès.

Cosa fanno concretamente:

  • Predictive styling: quando un cliente ricorrente entra in boutique, il commesso ha già davanti agli occhi le sue preferenze passate (colori, taglie, occasion) e può proporre coerentemente
  • Digital interfaces personalizzate: la home dell’e-commerce Prada cambia contenuto a seconda del comportamento di navigazione precedente del cliente
  • White glove per top spender: canali di comunicazione dedicati (WhatsApp con brand ambassador dedicato) per clienti sopra i 30k euro/anno di spesa

Ma ecco la sfumatura importante che spesso si perde: la personalizzazione data-driven funziona solo se il cliente non se ne accorge. Se Prada ti manda un push notification con “abbiamo notato che hai guardato tre volte questo abito” — hai perso. Se invece la commessa ti accoglie sapendo il tuo nome, la tua taglia, e ti mostra spontaneamente un abito che statisticamente è tra le tue preferenze — hai vinto. La differenza è invisibile all’algoritmo ma cruciale al cliente. La personalizzazione teatrale — quella “artigianale” da negozio — copia gli output dell’algoritmo, non l’algoritmo stesso. Vale ancora di più.

Per un consulente che lavora con brand medi (fatturato 2-20 milioni) la lezione operativa è: non devi comprare la piattaforma CRM da 500k euro come Prada. Devi allenare il team di boutique/customer service a ricordare 15 informazioni per cliente. Un Excel ben tenuto + tre commesse motivate battono ogni algoritmo mediocre. La personalizzazione data-driven è un lusso invisibile del team umano, non della tecnologia.

7. Off-White + Virgil Abloh: il Mito dell’Outsider come rivoluzione

Se dovessi indicare un solo caso studio che riassume l’era 2015-2022 del lusso, indicherei Off-White. E non per il brand in sé, ma per il fondatore: Virgil Abloh. Muore nel 2021 a 41 anni per un cancro raro (angiosarcoma cardiaco), lasciando dietro di sé una lezione che il mondo del lusso sta ancora processando: chi non viene dal settore può ridefinirlo — se ha una tesi culturale forte da vendere.

Abloh non era un fashion designer. Aveva studiato architettura al Illinois Institute of Technology (dove insegnava Rem Koolhaas), era DJ, era creative director di Kanye West per anni. Fonda Off-White nel 2013 a Milano. Nel 2018 Louis Vuitton lo nomina direttore artistico maschile — primo afroamericano a raggiungere quel ruolo in una maison LVMH. Perché Off-White ha funzionato? Perché Abloh non è entrato nel fashion per fare fashion — è entrato per portare architettura, hip-hop, streetwear dentro il lusso e forzarne i confini.

Cosa faceva concretamente Off-White per costruire community narrative:

  • Collaborazioni cross-industry: Nike (le “The Ten” del 2017), IKEA, Mercedes, Evian. Ogni collab era un manifesto sul valore commerciale della cultura
  • Amplificazione youth culture: il brand diventa piattaforma per giovani creativi, non solo customer
  • Design come commento sociale: le virgolette come cifra (“SHOELACES”, “AIR”), le zip tag arancioni, il quotation marks come firma

Il framework che nel libro chiamo Mito dell’Outsider descrive esattamente questa dinamica: fondatori che vengono da fuori del settore portano linguaggi nuovi che il settore non sa parlare. E siccome il lusso è (deve essere) sempre in cerca di significato nuovo, gli outsider hanno un vantaggio strutturale sui nativi del settore. Un fashion designer che ha studiato all’IFA di Parigi conosce le regole, ma non le può riscrivere. Un architetto ghanese-americano che collabora con Kanye West non conosce le regole — quindi non le rispetta, e con la sua ignoranza le riscrive.

Per il consulente che lavora con brand emergenti, la lezione operativa è quella che ripeto ai founder: se sei un outsider del settore in cui vuoi entrare, non è un handicap. È il tuo asset più forte. Ma serve una tesi. Serve un “perché” culturale. Se sei un ingegnere che apre un ristorante, la tua tesi non può essere “mi piace cucinare”. Deve essere “porto il rigore ingegneristico nella cucina”. Solo così il tuo essere outsider diventa contenuto di valore.

Sintesi strategica: quale narrativa scegliere per il tuo brand nel 2026

Le sette maison analizzate mostrano che nel luxury non esiste una singola strategia narrativa vincente. Ne esistono almeno quattro archetipi (Creazione, Rinascita, Outsider, Iniziazione) e due assi strategici (Verticale vs Trasversale). La domanda giusta non è “quale è la migliore” ma “quale è quella coerente con il mio target e le mie risorse”. Ecco lo schema decisionale che uso con i miei clienti nella fase di diagnosi:

Se il tuo target è…E tu hai…La tua narrativa dovrebbe essere…
Old money (continuità > novità)Heritage vera (10+ anni)Verticale · Mito della Creazione o Iniziazione
Old moneyNessuna heritageSconsigliato: cambia target o costruisci heritage in 15-20 anni
New money (sorpresa > continuità)Direttore creativo con visioneTrasversale · Mito della Rinascita
New moneySolo estetica senza tesi filosoficaFragile — durata media 3-4 anni
Culturalmente attivo (Gen Z, creativi)Provenienza esterna al settoreMito dell’Outsider · frame la tua diversità come contenuto
Alto reddito ma tempo scarsoProdotto tecnicamente eccezionaleMito dell’Iniziazione · vendi il rito, non il prodotto

Come vedi, il pattern comune a tutte queste maison non è la storia raccontata (sono diversissime) ma la coerenza tra narrativa scelta e target servito. Chi sceglie male, muore lentamente. Chi sceglie bene, cresce senza fatica.

Approfondisci i framework applicati in questa guida

Il framework “I 4 Archetipi del Lusso” e il concept “Narrativa Verticale vs Trasversale” fanno parte del mio libro Il Codice del Lusso. Per approfondire i principi collegati, ti consiglio questi pillar gratuiti:

Domande frequenti sul brand storytelling nel lusso

Quali sono gli elementi chiave di uno storytelling efficace nel fashion luxury?

Gli elementi chiave sono tre: (1) coerenza tra target servito e archetipo narrativo scelto — Verticale per old money, Trasversale per new money; (2) autenticità della tesi — la storia deve essere pre-esistente al marketing, non prodotta dal marketing; (3) coerenza temporale — la Narrativa Verticale richiede 15-20 anni di ripetizione, quella Trasversale richiede reinvenzione ogni 18 mesi. Il primo passo pratico è identificare l’heritage o l’identità unica del brand e capire quale dei 4 Archetipi del Lusso (Creazione, Rinascita, Outsider, Iniziazione) rappresenta meglio la sua storia autentica.

Come integrare la sostenibilità nello storytelling come Stella McCartney?

Solo se la sostenibilità è pre-esistente al brand. Nel 2026 il pubblico sofisticato distingue immediatamente chi è sostenibile per identità (McCartney vegana da sempre) da chi lo è per marketing tardivo. Se il tuo brand ha davvero una filiera etica, materiali innovativi di R&D propria, o un fondatore con una storia personale coerente, allora comunicalo esplicitamente. Se non ce l’hai, tacere è più credibile che fingere: l’imitazione di sostenibilità è tra le prime cause di crisi reputazionale nel luxury moderno.

In che modo lo storytelling emotivo aumenta l’appeal di un brand luxury?

Lo storytelling emotivo funziona quando trasforma l’atto d’acquisto in rito di passaggio. Il caso Dior haute couture (3 mesi di fitting, appuntamenti riservati, tempi lunghi) è l’esempio massimo: il cliente non compra un vestito, attraversa una cerimonia che modifica il suo senso di sé. Per un brand emergente, la traduzione operativa è progettare almeno un touchpoint (packaging, presentation, cerimonia di consegna) che sia più lento e più curato di quanto il cliente si aspetti. La sorpresa positiva sul tempo dedicato genera il ricordo che genera la loyalty.

Come coinvolgere una community come Off-White?

Off-White non ha “coinvolto una community”: ha portato una community esistente (cultura hip-hop, architettura, street art) dentro un settore che non la parlava. La lezione: se sei un outsider del settore, non nasconderti — usa la tua diversità come contenuto. Le collaborazioni interdisciplinari (con brand di altri settori, con artisti, con figure culturali) sono il modo pratico per introdurre linguaggi nuovi nel tuo brand senza diluire l’identità.

Che passi fare per sviluppare un’esperienza shopping personalizzata come Prada?

Per un brand medio (fatturato 2-20 milioni) non serve investire nella piattaforma CRM da 500k euro come Prada. Serve allenare il team di boutique/customer service a memorizzare 10-15 informazioni per cliente (preferenze estetiche, taglie, occasioni recenti, familiari citati). Un Excel condiviso ben tenuto + tre commesse motivate battono ogni algoritmo mediocre. La personalizzazione teatrale artigianale copia gli output dell’algoritmo senza il costo dell’algoritmo — vale ancora di più perché è invisibilmente umana.

Come usare le piattaforme digitali per storytelling come Balenciaga?

Le piattaforme digitali diventano storytelling quando smettono di essere “canali distribution” e iniziano a essere ambienti narrativi (video games, virtual worlds, esperienze immersive). Ma attenzione: la provocazione digitale funziona solo se poggia su expertise tecnica reale del brand. Balenciaga può permettersela perché Demna era un patternmaker tecnicamente eccezionale. Se il brand è debole sulla parte artigianale, la provocazione digitale diventa cabaret e prima o poi implode (caso boicottaggio 2022).

Corrado Manenti — consulente marketing luxury e lifestyle, autore del libro Il Codice del Lusso

Sull’autore

Corrado Manenti — Luxury Marketing Consultant

Consulente di marketing luxury e lifestyle, autore del libro Il Codice del Lusso. Da oltre 10 anni aiuta imprenditori, brand emergenti e ristoratori a costruire progetti che vendono a prezzi premium senza scontare la propria identità. Fondatore di Be A Designer e di Evolve Marketing.

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Il Codice del Lusso — copertina del libro di Corrado Manenti

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Un uomo in abito gessato e cravatta rossa è in piedi accanto a una forma di vestito con un nastro di misurazione giallo drappeggiato sulle spalle.